PETIZIONE:A I SINDACATI: CGIL – CISL – UIL COSTITUIRE UN FONDO DI SOLIDARIETA’ PER AIUTARE GLI ESODATI, I CASSAINTEGRATI E CHI PERCEPISCE UNA PENSIONE DA FAME..

 ECCO QUI LE MIE DUE PETIZIONI ONLINE.. PASSA PAROLA:

 

   

QUI RIPRODUCO IL TESTO DELLA PETIZIONE… SE LA TROVI INTERESSANTE  POI FIRMARLA DIGITANDO LA FOTO :AI SINDACATI: CGIL - CISL - UIL: COSTITUIRE UN FONDO DI SOLIDARIETA'


PETIZIONE ONLINE 






A AI SINDACATI: CGIL – CISL – UIL 

AI SINDACATI: CGIL – CISL – UIL: COSTITUIRE UN FONDO DI SOLIDARIETA’

    1. GABRIELE CERVI
    2.    

    3. Lanciata da

      GABRIELE CERVI

      Cremona, Italy

  1.    

  2.  

E’ IMPORTANTE PERCHE’ I SINDACATI CON QUESTO GESTO FINALMENTE RITORNEREBBERO A OPERARE PER LA GENTE, PER LA COLLETTIVITA’, PER TUTTI I LAVORATORI.

Cari amici online, la sindacalista Camusso ha detto che serviranno 2,7 miliardi per coprire la cassa integrazione del paese. Allora perché non lanciamo un appello a questi prodi sindacalisti , diventati nel frattempo casta in questi anni grazie ai contributi pubblici rivevuti.. I soldi si possono trovare se i medesimi lasciando da parte i propri interessi, e se per una volta troveranno il coraggio di devolvere il loro capitale facendo un fondo di solidarietà a favore dei cassa integrati. Sappiamo tutti che i sindacati e i partiti grazie ai numerosi contributi pubblici a fondo perduto hanno accumulato in questi anni un patrimonio miliardario .. fatto di immobili, interessi ecc. Noi siamo stanchi delle loro solite frasi fatte e siamo stanchi che debbano sempre scippare i soldi dalle tasche della povera gente. Noi abbiamo già dato… ora tocca agli intoccabili dare buon esempio.. se sono diventati così economicamente potenti non è certamente per loro merito.. ma è solo grazie ai contributi pubblici…contributi tra l’altro inseriti in bilanci non pubblici e pertanto non trasparenti.. Siamo arrivati ormai al limite .. siamo stanchi di vedere le solite facce.. di oligarchi sindacali che fanno solo i propri interessi…loro stessi sono diventati dei potenti datori di lavoro…. La maggior parte della gente per colpa di questa disgraziata crisi ha avuto il coraggio di rimettersi in gioco…………facendo sacrifici su sacrifici ma questo non basta…… ora tocca a voi leader del sindacato  voi che siete una parte istituzionale importante.. ma che a tutt’oggi avete dato solo cattivo esempio.. Alzate la testa e abbiate uno scatto di dignità… Se amate il vostro paese che tanto vi ha dato….. donate il vostro capitale e cercate per il futuro di mettervi in regola.. perché a tutt’oggi coperti dalle vostre inique leggi state operando fuori dalla legge…

 

L ‘ALTRA CASTA CGIL,CISL,UIL

di Stefano Livadiotti

Fatturati miliardari. Bilanci segreti. Uno sterminato patrimonio immobiliare. E organici colossali, con migliaia di dipendenti pagati dallo Stato. I sindacati italiani sono una macchina di potere e di denaro. Temuta perfino dai partiti Non trattiamo con la calcolatrice… Così, nei giorni scorsi, il grande capo della Cgil Guglielmo Epifani ha replicato a brutto muso alle pretese rigoriste di Tommaso Padoa-Schioppa sulla riforma delle pensioni. Il numero uno di corso d’Italia non è l’unico ad essere allergico ai moderni derivati del pallottoliere. Della stessa idiosincrasia fanno mostra i suoi pari grado di Cisl e Uil, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, almeno quando si tratta di affrontare l’annosa questione dei conti dei sindacati, che continuano a promettere bilanci consolidati, tranne poi guardarsi bene dal metterli nero su bianco. Forse perché i numeri racconterebbero come le organizzazioni dei lavoratori, difendendo con le unghie e con i denti una serie di privilegi più o meno antichi, si siano trasformate in autentiche macchine da soldi. Con il benestare di un sistema politico giunto ai minimi della popolarità e spaventato dalla loro capacità di mobilitazione. Che a sua volta dipende proprio, in grandissima parte, da un formidabile potere economico alimentato a spese della collettività: se c’è un problema di costi della politica, allora il discorso vale anche per il sindacato. Se non di più. Quasi dieci anni fa, alla fine del 1998, un ingenuo deputato di Forza Italia, ex magistrato del lavoro, convinse 160 colleghi a firmare tutti insieme appassionatamente un provvedimento che obbligava i sindacati a fare chiarezza sui loro conti. Dev’essere che nessuno gli aveva ricordato come solo pochi anni prima, nel 1990, Cgil, Cisl e Uil fossero state capaci di ottenere dal parlamento una legge che concede loro addirittura la possibilità di licenziare i propri dipendenti senza rischiarne poi il reintegro, con buona pace dello Statuto dei lavoratori. Fatto sta che, puntuale, la controffensiva di Cgil, Cisl e Uil scattò dopo l’approvazione del primo articolo con soli quattro voti di scarto. “E’ antisindacale”, tuonò con involontario umorismo l’ex capo cislino Sergio D’Antoni, oggi vice ministro per lo Sviluppo economico. Lesti i deputati del centro-sinistra azzopparono la legge, mettendosi di traverso alle sanzioni (tra i 50 e i 100 milioni) previste in caso di violazioni. Alla fine la proposta di legge è rimasta tale, così come tutte quelle presentate in seguito, anche in questa legislatura.

“E’ il sindacato che detta tempi e modalità”, titolava del resto nei giorni scorsi il confindustriale ‘Sole 24 Ore’, all’indomani dell’accordo sullo scalone pensionistico. Il risultato è che i bilanci dei sindacati, quelli veri, non sono mai usciti dai cassetti dei loro segretari. “Il giro d’affari di Cgil, Cisl e Uil ammonta a 3 mila e 500 miliardi di vecchie lire”, sparò nell’ottobre del 2002 il radicale Daniele Capezzone, “e il nostro è un calcolo al ribasso”. Non ci deve essere andato molto lontano, se è vero che oggi Lodovico Sgritta, amministratore della Cgil, si limita a non confermare che il fatturato consolidato di corso d’Italia abbia raggiunto il tetto del miliardo di euro. E ancora: se è vero che quello del sistema Uil, non paragonabile per dimensioni, metteva insieme 116 milioni già nel 2004, esclusi Caf, patronati e quant’altro. Fare i conti in tasca alle organizzazioni sindacali, che hanno ormai raggiunto un organico-monstre dell’ordine dei 20 mila dipendenti, è difficile, anche perchè le loro fonti di guadagno sono le più disparate. Ma ecco quali sono i principali meccanismi di finanziamento. E le cifre in ballo. Il sostituto d’incasso La maggiore risorsa economica di Cgil, Cisl e Uil (“I tre porcellini”, come ama chiamarli in privato il vice premier Massimo D’Alema) sono le quote pagate ogni anno dagli iscritti: in media l’1 per cento della paga-base; di meno per i pensionati, che danno un contributo intorno ai 30-40 euro all’anno. Un esperto della materia come Giuliano Cazzola, già sindacalista di lungo corso della Cgil ed ex presidente dei sindaci dell’Inps, parla di almeno un miliardo l’anno. Secondo quanto risulta a ‘L’espresso’, il solo sistema Cgil ha incassato nel 2006 qualcosa come 331 milioni. Una bella cifra, per la quale il sindacato non deve fare neanche la fatica dell’esattore: se ne incaricano altri; gratuitamente s’intende. Nel caso dei lavoratori in attività, a versargli i soldi ci pensano infatti le aziende, che li trattengono dalle buste paga dei dipendenti. Per i pensionati provvedono invece gli enti di previdenza: solo l’Inps nel 2006 ha girato 110 milioni alla Cgil, 70 alla Cisl e 18 alla Uil. Nel 1995 Marco Pannella tentò di rompere le uova nel paniere al sindacato, promuovendo un referendum che aboliva la trattenuta automatica dalla busta paga (introdotta nel 1970 con lo Statuto dei lavoratori). Gli italiani votarono a favore. Ma il meccanismo è tuttora vivo e vegeto: salvato, in base a un accordo tra le parti, nei contratti collettivi. Le aziende, che pure subiscono dei costi, non sono volute arrivare allo scontro. E lo stesso ha fatto il governo di Romano Prodi quando, più di recente, Forza Italia ha presentato un emendamento al decreto Bersani che avrebbe messo in crisi le casse sindacali. In pratica, la delega con cui il pensionato autorizza l’ente previdenziale a effettuare la trattenuta sulla pensione, che oggi è di fatto a vita, avrebbe avuto bisogno di un periodico rinnovo. Apriti cielo: capi e capetti di Cgil, Cisl e Uil hanno fatto la faccia feroce. Il governo, a scanso di guai, ha dato prere contrario. E l’emendamento è colato a picco.

Lo strapotere dei Caf

I Centri di assistenza fiscale rappresentano per i sindacati un formidabile business. Per le dichiarazioni dei redditi dei pensionati vengono pagati dagli enti previdenziali. Solo l’Inps per il 2006 verserà ai 74 caf convenzionati 120 milioni. A fare la parte del leone saranno le strutture di Cgil, Cisl e Uil, che insieme totalizzeranno circa 90 milioni. Non basta. Per i lavoratori in attività i Caf incasseranno dal Fisco 15,7 euro per ognuna delle 12.261.701 dichiarazioni inviate agli uffici nel 2006. Il ministero sborserà dunque 186 milioni e spicci. Anche in questo caso, secondo i conti che ‘L’espresso’ ha potuto esaminare, la fetta più grande della torta andrà a Cgil (38 milioni, 195 e 177 euro), Cisl (30 milioni, 763 mila e 485) e Uil (12 milioni, 78 mila e 793 euro). Un piatto ricco, considerando che i Caf ricevono inoltre, come contribuzione volontaria, una media di 25 euro dalle tasche dei contribuenti aiutati nella compilazione del 730 (per un totale di 175 milioni, secondo Cazzola) e mettono insieme un’altra cinquantina di milioni per il calcolo di Ise e Isee (i redditometri per le famiglie che chiedono prestazioni sociali). Considerando le cifre in ballo, i sindacati hanno fatto fuoco e fiamme pur di tenersi ben stretto il giocattolo. Nel 2005, sotto l’incalzare della Corte di Giustizia europea, convinta che il monopolio dei Caf rappresentasse una violazione ai trattati comunitari, il governo di Silvio Berlusconi aveva aperto la porta a commercialisti, ragionieri e consulenti del lavoro. Una manovra talmente timida che la Commissione europea ha inviato all’Italia una seconda lettera di messa in mora. Sull’argomento gli uomini di Bruxelles hanno preteso e ottenuto, ancora nel gennaio scorso, un vertice a palazzo Chigi. Concluso, naturalmente, con un niente di fatto. Intoccabili patronati Se il monopolio dei Caf è sotto assedio, resiste saldo quello dei patronati, le strutture (quelle convenzionate con l’Inps sono 25) che assistono i cittadini nelle pratiche previdenziali (ma anche, per esempio, per la cassa integrazione e i sussidi di disoccupazione): una rete capillare, dall’Africa al Nordamerica passando per l’Australia, che alcuni sospettano abbia un ruolo non indifferente anche nell’indirizzare il voto degli italiani all’estero.

Nel 2000 i radicali hanno lanciato l’ennesimo referendum abrogativo, ma si sono visti chiudere la porta in faccia dalla Consulta. Più di recente Forza Italia ha cercato, con un emendamento al decreto Bersani, di liberalizzare il settore. Se l’armata berlusconiana non fosse stata respinta con perdite, per il sindacato sarebbe stato un colpo mortale.

I patronati, infatti, sono fondamentali per il reclutamento di nuovi iscritti tra i pensionati, che quando vanno a ritirare i moduli si vedono sottoporre la delega per le trattenute: “Con i patronati e gli altri servizi nel 2005 la Cgil ha raggranellato 450 mila nuove iscrizioni”, sostiene Cazzola. Non bastasse, i patronati assicurano un gettito che non è proprio da buttare via: in pratica si dividono (in base al lavoro svolto) lo 0,226 del totale dei contributi sociali riscossi dagli enti previdenziali. A lungo questa cifra è stata calcolata solo sui contributi dei pensionati privati, per l’ottimo motivo che a quelli pubblici le scartoffie per l’assegno le ha sempre curate l’amministrazione (e proprio per questo motivo pochi di loro sono iscritti al sindacato). Poi, però, nel 2000, per gentile concessione del parlamento (con un voto a larghissima maggioranza) nel monte-contributi sono stati fatti confluire anche quelli dei lavoratori statali. E la cifra ha iniziato a lievitare: 314 milioni nel 2004, 341 nel 2005, 349 nel 2006. Solo l’Inps nel 2006 ha speso per i patronati (che ora, per arrotondare, si occupano anche del rinnovo dei permessi per gli immigrati) 248 milioni, 914 mila e 211 euro. Alla fine, secondo quanto risulta a ‘L’espresso’, l’Inca-Cgil ha incassato 82 milioni e 250 mila euro, l’Inas-Cisl 66 milioni e 150 mila euro e l’Ital-Uil 26 milioni e 600 mila euro. Il caso: La Casta rivuole i suoi soldi Con un tempismo perfetto e al grido di ‘Ridateci gli stipendi tagliati ingiustamente’ un gruppo di consiglieri pugliesi ha chiesto la restituzione delle somme decurtate nella scorsa legislatura: una cifra che si aggira intorno ai cinque milioni di euro , spiega come non arrendersi al sondino di Stato

Forza lavoro gratuita

E’ quella distaccata presso il sindacato dalla pubblica amministrazione, che continua graziosamente a pagarle lo stipendio. Compresi, e vai a capire perché, i premi di produttività e i buoni pasto.

Oggi i dipendenti statali dati in omaggio al sindacato sono 3.077 e costano alcontribuente (Irap e oneri sociali compresi) 116 milioni di euro. Ai quali vanno sommati 9,2 milioni per 420 mila ore di permessi retribuiti. Di regalo in regalo, per i dipendenti che utilizza in aspettativa, ai quali deve invece pagare lo stipendio, il sindacato usufruisce comunque di uno sconto: non paga i contributi sociali, che sono considerati figurativi e quindi a carico dell’intera collettività. Un privilegio che hanno perduto perfino le assemblee elettive (a partire dal parlamento). Ma i sindacati no. Business formazione Dall’Europa piove ogni anno sull’Italia circa un miliardo e mezzo di euro per il finanziamento della formazione professionale. In più ci sono i circa 700 milioni dell’ex fondo di rotazione, alimentato dallo 0,30 per cento del monte-contributi che le aziende versano agli enti previdenziali. Un tempo, non meno del 40-50 per cento di queste somme passava attraverso enti di emanazione sindacale, che non incassavano direttamente un euro ma gestivano comunque le assunzioni e la distribuzione degli incarichi. Oggi la concorrenza s’è fatta più dura. Ma i sindacati non mollano l’osso. Dieci dei 14 enti che si distribuiscono ogni anno circa la metà dei finanziamenti nazionali sono partecipati da Cgil, Cisl e Uil. Casa mia, casa mia L’assenza di bilanci consolidati non consente di far luce sull’immenso patrimonio immobiliare accumulato negli anni dai tre sindacati confederali, cui lo Stato a un certo punto ha pure regalato i beni delle corporazioni dell’epoca fascista. Fino a pochi anni fa i sindacati non potevano possedere direttamente gli immobili: li intestavano a società controllate. La legge che ha consentito loro il controllo diretto ha garantito anche un passaggio di proprietà al riparo dalle pretese del fisco. Oggi la Cgil dichiara di avere, sparse per tutto il Paese, qualcosa come 3 mila sedi, tutte di proprietà delle strutture territoriali o di categoria. “Non so stimare il valore di mercato di un patrimonio che non conosco ma”, afferma l’amministratore della Cgil, “deve trattarsi di una cifra davvero impressionante”. La Cisl dichiara addirittura 5 mila sedi, tra confederazione, federazioni nazionali e diramazioni territoriali (pensionati compresi), quasi tutte di proprietà. La Uil è l’unica che ha concentrato il grosso degli investimenti sul mattone in una società per azioni controllata al 100 per cento. Si chiama Labour Uil e ha in bilancio immobili per 35 milioni e 75 mila euro (a valore storico; quello di mercato è tre volte superiore), ma non, per esempio, la sede romana di via Lucullo, che lo stesso tesoriere nazionale Rocco Carannante stima tra i 70 e gli 80 milioni di euro. Il fatto certo, alla fine, è che Cgil, Cisl e Uil sono ricchi. Quanto, però, nessuno lo sa davvero. “Ci sono situazioni che talvolta non sono pienamente trasparenti”, ha scolpito Epifani lo scorso 27 febbraio. E però si riferiva allo scandalo del calcio.

 

 Monti fa ricchi i sindacati a spese

degli italiani

   

Monti fa ricchi i sindacati 
a spese degli italiani
 

di Antonio Castro

Una montagna di carta che solo a trasferirla dagli 83 Centri di assistenza fiscale riconosciuti all’Inps si trasforma magicamente in quattrini ballanti e sonanti. Per la precisione ben 161 milioni di euro che l’Istituto di previdenza pubblico riconosce (dati 2012) ai Caf per la compilazione di milioni di pratiche. Il meccanismo è semplice. Il cittadino deve compilare una dichiarazione o certificare un certo reddito (per accedere a sconti e prestazioni sociali). Per farlo ha diverse strade: o rivolgersi all’Inps, o andare in comune (o circoscrizione), oppure bussare in uno dei tanti Caf. Un business milionario – negli ultimi anni lievitato considerevolmente in barba alla crisi –  che gira intorno alla possibilità di ottenere rimborsi fiscali (per dipendenti e pensionati), detrazioni d’imposta o anche sconti ed esenzioni da servizi pubblici. Tra dichiarazioni dei redditi, richieste di esonero dal pagamento della mensa dell’asilo o contributi sociali di varia natura,  gli italiani compilano milioni di domande e moduli. Tutte autocertificazioni che i Caf (onesti) aiutano a compilare per orientarsi in un dedalo normativo che cambia più spesso della biancheria intima. Da anni tutti i sindacati (ma anche alcune confederazioni del lavoro autonomo) hanno intercettato questo filone redditizio e aperto sportelli di consulenza fiscale, tributaria e normativa. In sostanza offrono – in orari possibili e con file meno mostruose – gli stessi servizi dell’Inps o dei Comuni. E per questo servizio lo Stato, o meglio l’Inps, paga un gettone (dai 10 ai 16 euro a pratica) come contributo. In teoria si potrebbe fare tutto ricorrendo ai dipendenti comunali o a quelli dell’Inps, in pratica per convenienza gli italiani prendono appuntamento in un Caf e sbrigano le pratiche necessarie. E fin qui si rientra nella privatizzazione di un servizio pubblico, discutibile, ma tutto sommato efficiente. 

Poi ci sono i Caf disonesti, o meglio le società a responsabilità limitata (20mila euro appena di capitale sociale), che capito il meccanismo – “tot pratiche presentate, tot rimborso dall’Inps” – hanno iniziato a inviare richieste di pagamento all’Inps per lo stesso nucleo familiare, per la stessa persona, per diversi anni fiscali, per differenti moduli di richiesta. Ogni dichiarazione prevede un pagamento, e per non sbagliare alcuni hanno presentato due domande, nello stesso giorno, a due Centri diversi, in regioni diverse e magari indicando residenze differenti. 

Dal 2008 al 2010 questo meccanismo perverso si è moltiplicato assumendo un volume impressionante. Tanto che alla fine, nel giugno dello scorso anno, se ne sono accorti anche all’Inps. Gli ingordi del rimborso hanno infatti trasmesso in pagamento all’Istituto anche domande di sussidi assistenziali e sociali per quasi trentamila italiani, che incidentalmente risultano passati da tempo a miglior vita. 

Tra 15 milioni di pratiche che i Caf svolgono (per un compenso complessivo di oltre 161 milioni), ne sono saltate fuori migliaia taroccate. Fatalità, gran parte delle dichiarazioni presentate provengono da Sicilia, Puglia, Campania e Calabria. L’Inps ha segnalato alla procura della Repubblica l’anomalia di 60mila pratiche “fotocopia” nel 2012. Per tutta risposta il governo Monti ha  rinnovato la convenzione con i Caf facendo lievitare da 110 milioni a 161 milioni il budget per assolvere le pratiche. Un bel miracolo considerando che nel 2008 si spendevano appena 85,9 milioni. Lo scorso giugno, prima del rinnovo milionario, il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua ha anche scritto a Monti e al ministro del Welfare Elsa Fornero (ministero vigilante) per segnalare questa e altre anomali e suggerire di coinvolgere maggiormente (e con minor spese) i Comuni. Monti non ha risposto ancora, Fornero neppure. Con le elezioni di mezzo forse non era il caso di disturbare i sindacati. E i Caf

 

A TRIPLICE FURBATA

Così i sindacati barano: 200mila iscritti

finti

Lo scandalo di Cgil, Cisl e Uil: parlano di un milione e mezzo di tessere tra gli statali, ma i numeri certificati dall’agenzia

pubblica sono nettamente inferiori

 

Ecco come i sindacati barano:
ci sono 200mila iscritti per finta

Angeletti, Camusso, Bonanni

  

di Tobia De Stefano

AAA cercasi 200 mila tessere sindacali «fantasma» che si sono smarrite nel breve percorso che porta dalle centralissime sedi romane degli statali di Cgil, Cisl e Uil fino al palazzo di via del Corso dell’Aran, l’agenzia che contratta con le confederazioni per il solo settore pubblico. Cos’è successo? Semplice, da circa tre lustri a questa parte l’ente della Pa misura la rappresentatività di tutte le sigle nei ministeri, nelle agenzie fiscali, nelle Regioni, nella scuola ecc. Come fa? Prende le deleghe del lavoratore (quelle che autorizzano le pubbliche amministrazioni alle trattenute in busta paga) e le incrocia con i voti raccolti nelle elezioni periodiche delle Rsu (rappresentanze sindacali unitarie): dal rapporto ne viene fuori l’indice di rappresentatività che dà il peso effettivo di ciascun sindacato e consente di attribuire i distacchi. L’ultimo rilevamento, quello di novembre 2012, non è andato granché bene. Nel senso che per la prima volta le deleghe (quindi gli iscritti) alla funzione pubblica sono diminuite. Qualche esempio: nel comparto “Sanità” calano tutti. La Cgil ci rimette  un 10% secco (da 82.650 a 74.270), la Cisl fa ancora peggio (da 81.511 a 71.566) e la Uil tira un sospiro di sollievo: da 48.206 a 46.915, la flessione è inferiore al 3%. I motivi sono diversi: sicuramente hanno influito il blocco del turn over, la mancata stabilizzazione dei precari e la forte politica di prepensionamenti, ma fin qui tutto rientra nella norma. Il mistero è un altro. Se si confrontano i numeri dell’Aran con quelli dei sindacati di categoria, infatti, i conti non tornano. 

Prendiamo il caso della Cgil. Secondo l’agenzia statale le deleghe dei lavoratori del settore pubblico a trattenere dalla busta paga la quota a favore di Camusso e compagni sono 186 mila 382 contro i 411.924 iscritti del comparto (dati 2011) messi nero su bianco dal sindacato. E lo stesso discorso vale per la scuola, l’università, la ricerca, l’alta formazione artistica e musicale (Afam) e il personale non dirigente di altri enti (tra questi c’è il Cnel): 138.375 dice l’Aran e 201.918 scrive la Cgil Flc. Insomma all’appello mancherebbero circa 290 mila tessere.   

Altri numeri, questa volta in casa Cisl. Per l’ente pubblico le deleghe degli statali di Bonanni sono meno di 173 mila (basta sommare i vari comparti fatta eccezione per scuola e università), mentre le recentissime rilevazioni della confederazione di via Po sugli iscritti 2012 parlano di 325 mila 666 tesserati (e comunque i dati del 2011 non divergono di molto). E su scuola e università che abbiamo scorporato sopra? Cambia poco. Per l’Aran le deleghe sono rispettivamente a quota 154.212 mila e 7.083, per la Cisl invece le tessere si attesterebbero a 227.885 mila e 9.358. Calcolatrice alla mano ballano quasi 230 mila iscritti. 

Non fa eccezione la Uil. In via Lucullo ci dicono (dati ufficiali sugli iscritti 2011) che sommando tutte le voci della pubblica amministrazione (sanità ed enti locali, lavoratori degli organi costituzionali, scuola ed Fp) raggiungiamo quota 339.551 tessere. Eppure l’agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni certifica intorno alle 187 mila deleghe (187.120) a favore di Angeletti & C. Circa 152 mila in meno.

Insomma c’è qualcosa che non quadra se rispetto ai numeri di Cgil, Cisl e Uil mancano 670 mila iscritti. Evidentemente l’Aran non conteggia alcune categorie che invece sono ricomprese nei dati ufficiali di Camusso, Bonanni e Angeletti. Ecco la spiegazione della stessa agenzia.  La premessa: «Questi dati- sottolinea un funzionario – sono certificati dal comitato paritetico (ndr riunioni del 20 settembre 2012 e del 29 ottobre 2012) composto anche dai rappresentanti delle confederazioni dei sindacati». In soldoni: sono stati validati anche da Cgil, Cisl e Uil. La ciccia: «Nella nostra  fotografia sullo stato dell’arte (al 31 dicembre del 2011) – continua un dirigente – non sono ricompresi i lavoratori che hanno un contratto a tempo determinato, alcune categorie assimilabili al pubblico impiego, ma con rapporto di lavoro privatizzato, come la sanità privata o i vigili del fuoco e alcuni enti delle Regioni a statuto speciale che hanno un contratto diverso rispetto a quello dell’Aran nazionale. Per esempio? Tutti gli enti locali di Friuli Venezia Giulia, Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige, mentre per la Sardegna e la Sicilia bisogna scorporare solo gli enti regionali, quindi, per capirci, i Comuni sono inclusi». E sostanzialmente la stessa cosa ce la dicono Cisl e Uil. Sintetizza Giovanni Faverin, segretario generale della Funzione pubblica  della Cisl: «Nei dati dell’agenzia non sono ricompresi i dirigenti che non hanno votato (ma non c’entra con le iscrizioni ndr), i precari, una parte dei dipendenti delle regioni a statuto speciale e quella fetta abbastanza consistente dei nostri iscritti che si sono spostati nella sanità privata, nel terzo settore e nelle municipalizzate». Mentre Alfredo Garzi, responsabile per l’organizzazione della funzione pubblica della Cgil precisa: «Noi organizziamo anche i lavoratori della sanità privata, dell’igiene ambientale e delle cooperative private che non sono calcolati dall’Aran. E si tratta di una fetta rilevante delle tessere rispetto al totale della funzione pubblica. Poi ci sono i settori che prima erano pubblici e che in seguito sono stati privatizzati (per esempio i lavoratori ex Ipab) e i pubblici non contrattualizzati (vigili del fuoco, polizia penitenziaria ecc.)». Numeri ufficiali? Insomma, quanti sono gli iscritti tra i vigili del fuoco? E tra i contratti a termine e i dipendenti delle autonomie locali? È possibile che la differenza tra i dati Aran e quelli sindacali stia tutta in queste categorie? È chiedere troppo, le cifre non le dà nessuno. 

E allora i calcoli proviamo a farli noi. Punto uno: i precari. La Ragioneria dello Stato ci dice che nel 2011 il totale dei lavoratori flessibili (tempo determinato, formazione lavoro, interinali e lavori socialmente utili) della pubblica amministrazione dava 251.106. Se a questi togliamo i 130 mila e passa della scuola, che almeno per gli incarichi annuali sono conteggiati dall’Aran, arriviamo a 120 mila unità. Punto due: secondo le ultime rilevazioni della stessa Ragioneria dello Stato i dipendenti a tempo indeterminato delle Regioni a Statuto Speciale sono 93.928. Punto tre: per l’Aiop (l’associazione italiana ospedalità privata) la sanità privata (che è di gran lunga la categoria, tra quelle assimilabili al pubblico impiego ma con rapporto di lavoro privatizzato, più corposa) impegna complessivamente circa 130.000 unità, pari a un 25% rispetto al personale impegnato nella sanità pubblica. Punto quattro: sommando vigili del fuoco (32 mila), polizia penitenziaria (40 mila) e addetti dell’igiene ambientale (42 mila), a stento si superano le 110 mila unità (dati Ragioneria generale dello Stato e Federambiente). 

Morale della favola: anche volendo dire che tutti i precari, i lavoratori delle regioni a Statuto speciale e della sanità privata, i vigili, i poliziotti  e gli addetti all’igiene ambientale sono iscritti ai tre principali sindacati italiani i conti non tornano. Ma la cosa è palesemente inverosimile (da fonti non ufficiali tra la stessa sanità, le cooperative e il terzo settore gli iscritti alla Cgil non supererebbero le 50 mila unità, quelli della Cisl quota 20 mila e alla Uil le 15 mila). E anche volendo considerare non completamente omogenei i dati dell’Aran rispetto a quelli dei sindacati ci sono almeno 200 mila tessere che non si riesce a capire bene da chi siano state firmate. Certo, se fosse possibile fare un controllo sugli iscritti dichiarati da Cgil, Cisl e Uil sarebbe tutto più semplice e trasparente. Ma questa è un’altra storia.

I PRIVILEGI DEI CONSIGLIERI REGIONALI E QUELLI DEI SINDACATI FONTE QUOTIDIANO LA PROVINCIA DI CREMONA DOMENICA 17 LUGLIO 2011

SINDACATO - IMPRENDITORE COSI' COMINCIANO I PROBLEMI FONTE QUOTIDIANO LA PROVINCIA DI CREMONA LUNEDI 21 MARZO 2001


 

 

15:31 | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | OKNOtizie

 

 

Commenti

Ladri.

Scritto da: Alberto De Matteis | 23/03/2013

PETIZIONE AL PARLAMENTO ITALIANO E PER CONOSCENZA AL PARLAMENTO EUROPEO PER RIFORMARE I PARTITI E I SINDACATI

Scritto da: Alberto De Matteis | 23/03/2013

I commenti sono chiusi.

 
PETIZIONE:A I SINDACATI: CGIL – CISL – UIL COSTITUIRE UN FONDO DI SOLIDARIETA’ PER AIUTARE GLI ESODATI, I CASSAINTEGRATI E CHI PERCEPISCE UNA PENSIONE DA FAME..ultima modifica: 2013-04-19T17:10:00+00:00da mobbing21
Reposta per primo quest’articolo