DOMANI 1 MAGGIO E’ LA FESTA DEI SINDACATI CHE HANNO FATTO E CHE FANNO BUSINESS SULLA PELLE DI NOI POVERI LAVORATORI

CARI AMICI VI INVITO A LEGGERE LE DUE PETIZIONI DA FIRMARE CHE SE TROVERANNO CONSENSO CAMBIERANNO LO STATUS QUO DEI PARTITI E DEI SINDACATI CHE ATTUALMENTE SI FONDA SULLA ILLEGALITA’ E SULLA NON TRASPARENZA …E NOI PAGHIAMO!!

 

VEDI IL VIDEO: I PRIVILEGI DEI SINDACATI

 

CARO AMICO/A

  

Ho lanciato una petizione che riguarda i partiti e i sindacati.  La petizione prevede di inserire nei statuti dei medesimi un codice etico con regole di trasparenza certe.
 
Questa  semplice petizione laritengo importante per far conoscere alla pubblica opinione l’attuale status quo e nel contempo sensibilizzare la medesima che se si vuole veramente si può cambiare per arrivare all’interesse collettivo. Alla fine vuole essere anche e soprattutto  un invito ai partiti e ai sindacati per ritornare a lavorare nella legalità, nella democrazia, nella trasparenza  senza privilegi di casta  usando i contributi pubblici correttamente.
 
BASTA
DARE  CONTRIBUTI PUBBLICI SIA AI PARTITI CHE AI SINDACATI.. SENZA CONTROLLI E TRASPARENZA.. CON I NOSTRI SOLDI , LORO,  SONO DIVENTATI RICCHI ..
 
  1. FIRMIAMO LA PETIZIONE ONLINE INDIRIZZATA AL PARLAMENTO PER DARE DIGNITA', ONESTA' E LEGALITA' AI PARTITI E AI SINDACATI

    PER LEGGERE LA PETIZIONE DIGITA QUI:FIRMIAMO LA 

    PETIZIONE ONLINE INDIRIZZATA AL PARLAMENTO PER DARE 

    DIGNITA’, ONESTA’ E LEGALITA’ AI PARTITI E AI SINDACATI.



     

    TUTTI i deputati che – solo un anno fa – hanno firmato la proposta di legge per

     RADDOPPIARE Il finanziamento ai partiti:

     

    SPOSETTI Ugo; ALBONETTI Gabriele; BARBARESCHI Luca Giorgio; BOCCIA Francesco; BRANDOLINI Sandro; BRUGGER Siegfried; CAPODICASA Angelo; CECCUZZI Franco; COLANINNO Matteo; CUPERLO Giovanni; D’ANNA Vincenzo; ESPOSITO Stefano; FADDA Paolo; FARINA Gianni; FLUVI Alberto; FONTANELLI Paolo; GARAVINI Laura; GATTI Maria Grazia; GIACOMELLI Antonello; GNECCHI Marialuisa; GRAZIANO Stefano; LENZI Donata; LOLLI Giovanni; LOSACCO Alberto; LOVELLI Mario; LUONGO Antonio; MADIA Maria Anna; MARCHIGNOLI Massimo; MARINELLO Giuseppe Francesco Maria; MARINI Cesare; MERLO Giorgio; MIGLIOLI Ivano; MURER Delia; OLIVERIO Nicodemo Nazzareno; PAGANO Alessandro; PEZZOTTA Savino; PIZZETTI Luciano di Cremona prima onorevole ora eletto senatore sul quotidiano locale La Provincia si è dichiarato contro i costi dei partiti.. obiettivo c’entrato..; PORTA Fabio; QUARTIANI Erminio Angelo; RAMPI Elisabetta; RUGGHIA Antonio; SANI Luca; SCHIRRU Amalia; SERVODIO Giuseppina; TIDEI Pietro; TRAPPOLINO Carlo Emanuele; TULLO Mario; VACCARO Guglielmo; VELLA Paolo; VELO Silvia; VIGNALI Raffaello; ZELLER Karl; ZUNINO Massimo

     

     

     



    LA CONOSCENZA E’ IMPORTANTE


    Per saperne di più poi entrare anche nei miei blog sociali senza scopo di lucro 

    e ti invito a visionare i vari video che qui sotto riverso.

    Grazie.

    Gabriele Cervi

    (Blogger senza scopo di lucro)


    DIGITA IL MIO PRIMO BLOG QUI SOTTO:
    http://cgilcislulpetizione.myblog.it/

    DIGITA IL MIO SECONDO BLOG QUI SOTTO:
    http://riformiamoipartitieisindacati.myblog.it/

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    http://petizione.myblog.it/
    BUONA LETTURA.. NELLA SPERANZA CHE SI POSSANO FORMARE NUOVE COSCIENZE. GRAZIE.


    INVITIAMO I SINDACATI: CGIL, CISL E UIL A COSTITUIRE UN FONDO DI SOLIDARIETA’ PER AIUTARE GLI ESODAT
    www.change.org
    INVITIAMO I SINDACATI: CGIL, CISL E UIL A COSTITUIRE UN FONDO DI SOLIDARIETA’ PER AIUTARE GLI ESODATI, I CASSAINTEGRATI E’ IMPORTANTE PERCHE’ I…

    INVITIAMO I SINDACATI: CGIL, CISL E UIL A COSTITUIRE UN FONDO DI SOLIDARIETA’ PER AIUTARE GLI ESODAT
    www.change.org
    INVITIAMO I SINDACATI: CGIL, CISL E UIL A COSTITUIRE UN FONDO DI SOLIDARIETA’ PER AIUTARE GLI ESODATI,

      

    Quando i Democraticivolevano raddoppiarei

     soldi pubblici ai partiti

    L’anno scorso il pd Ugo Sposetti, ex cassiere dei Ds, ha presentato una proposta di legge per finanziare anche le fondazioni dei partiti raddoppiando così i rimborsi

     

    Adesso è un assalto bipartisan. Adesso è un accorato grido contro i riborsi elettoraliche gonfiano le tasche ai partiti.

     
     

    Adesso è una corsa a sforbiciare la pioggia di soldi che ogni anno finiscono nelle tasche dei tesorieri. Ma un anno fa? Nel 2011, quando i casi Belsito e Lusi erano ancora lontani dai riflettori dei media, in parlamento si brigava per raddoppiare i gettiti sonanti per oliare gli ingranaggi dei partiti. E a organizzare la leva finanziaria ci pensava proprio quelPartito democratico che oggi accusa la Lega Nord, depreca l’andazzo capitolino e chiede immediate riforme.

    È tutta una farsa. Il vice presidente del Senato Vannino Chiti si sbraccia per chiedere regole di “trasparenza” nel finanziamento pubblico ai partiti e anche la riduzione dei rimborsi. Il pd Pierluigi Castagnetti fa eco spiegando che i rimborsi elettorali ai partiti“vanno dimezzati perché non si può non tenere conto del momento di sacrifici che coinvolgono tutti gli italiani e del clima di estraneità alla politica che sta dilagando”. A trarre le somme è il leader pd PierLuigi Bersani che auspica di ridurre “drasticamente” le quote dei rimborsi elettorali prevedendo che “lo Stato provveda solo a garanzia delle risorse base per la sopravvivenza dei partiti”. Ma nel 2011 turava tutt’altra aria. A spulciare la prova della grande farsa democratica ci ha pensato Daw Blog raccontando come, in tempi non sospetti, la commissione Affari costituzionali a Montecitorio abbia discusso un progetto di legge per raddoppiare il finanziamento ai partito. Giusto, giusto un anno fa. Il primo firmatario del progetto di legge? Il democratico Ugo Sposetti, appunto.

    Come fa notare Daw Blog, il progetta di legge presentata dall’ex tesoriere dei Ds ha subito fatto gola a tutti. Tanto che sono state apposte firme bipartisan. Dal Pd al Pdl, dai centristi dell’Udc ai dipietristi. Tutti d’accordo a raddoppiare i rimborsi finanziando anche le fondazioni dei partiti. Non appena gli scandali hanno iniziato a moltiplicarsi e i deputati si sono accorto della “crescente attenzione dell’opinione pubblica”, ecco che è stata invertita la rotta

    1.   VIDEO : A COSA SERVE IL SINDACATO 1 PARTE

     

    VIDEO: A COSA SERVE IL SINDACATO 2 PARTE

     

      VEDI IL VIDEO QUI SOTTO : GLI SCANDALI E LE RUBERIE DELLO

     IAL CISL SCUOLE PROFESSIONALI  ACCREDITATE CON LE REGIONI

     

    I PRIVILEGI DEI CONSIGLIERI REGIONALI E QUELLI DEI SINDACATI FONTE QUOTIDIANO LA PROVINCIA DI CREMONA DOMENICA 17 LUGLIO 2011

    LA TRIPLICE FURBATA

    Così i sindacati barano: 200mila iscritti 

    finti

    Lo scandalo di Cgil, Cisl e Uil: parlano di un milione e mezzo 

    di tessere tra gli statali, ma i numeri certificati dall’agenzia

     pubblica sono nettamente inferiori

    Ecco come i sindacati barano:
ci sono 200mila iscritti per finta

    Angeletti, Camusso, Bonanni

     

     

     

    di Tobia De Stefano

    AAA cercasi 200 mila tessere sindacali «fantasma» che si sono smarrite nel breve percorso che porta dalle centralissime sedi romane degli statali di Cgil, Cisl e Uil fino al palazzo di via del Corso dell’Aran, l’agenzia che contratta con le confederazioni per il solo settore pubblico. Cos’è successo? Semplice, da circa tre lustri a questa parte l’ente della Pa misura la rappresentatività di tutte le sigle nei ministeri, nelle agenzie fiscali, nelle Regioni, nella scuola ecc. Come fa? Prende le deleghe del lavoratore (quelle che autorizzano le pubbliche amministrazioni alle trattenute in busta paga) e le incrocia con i voti raccolti nelle elezioni periodiche delle Rsu (rappresentanze sindacali unitarie): dal rapporto ne viene fuori l’indice di rappresentatività che dà il peso effettivo di ciascun sindacato e consente di attribuire i distacchi. L’ultimo rilevamento, quello di novembre 2012, non è andato granché bene. Nel senso che per la prima volta le deleghe (quindi gli iscritti) alla funzione pubblica sono diminuite. Qualche esempio: nel comparto “Sanità” calano tutti. La Cgil ci rimette  un 10% secco (da 82.650 a 74.270), la Cisl fa ancora peggio (da 81.511 a 71.566) e la Uil tira un sospiro di sollievo: da 48.206 a 46.915, la flessione è inferiore al 3%. I motivi sono diversi: sicuramente hanno influito il blocco del turn over, la mancata stabilizzazione dei precari e la forte politica di prepensionamenti, ma fin qui tutto rientra nella norma. Il mistero è un altro. Se si confrontano i numeri dell’Aran con quelli dei sindacati di categoria, infatti, i conti non tornano. 

    Prendiamo il caso della Cgil. Secondo l’agenzia statale le deleghe dei lavoratori del settore pubblico a trattenere dalla busta paga la quota a favore di Camusso e compagni sono 186 mila 382 contro i 411.924 iscritti del comparto (dati 2011) messi nero su bianco dal sindacato. E lo stesso discorso vale per la scuola, l’università, la ricerca, l’alta formazione artistica e musicale (Afam) e il personale non dirigente di altri enti (tra questi c’è il Cnel): 138.375 dice l’Aran e 201.918 scrive la Cgil Flc. Insomma all’appello mancherebbero circa 290 mila tessere.   

    Altri numeri, questa volta in casa Cisl. Per l’ente pubblico le deleghe degli statali di Bonanni sono meno di 173 mila (basta sommare i vari comparti fatta eccezione per scuola e università), mentre le recentissime rilevazioni della confederazione di via Po sugli iscritti 2012 parlano di 325 mila 666 tesserati (e comunque i dati del 2011 non divergono di molto). E su scuola e università che abbiamo scorporato sopra? Cambia poco. Per l’Aran le deleghe sono rispettivamente a quota 154.212 mila e 7.083, per la Cisl invece le tessere si attesterebbero a 227.885 mila e 9.358. Calcolatrice alla mano ballano quasi 230 mila iscritti. 

    Non fa eccezione la Uil. In via Lucullo ci dicono (dati ufficiali sugli iscritti 2011) che sommando tutte le voci della pubblica amministrazione (sanità ed enti locali, lavoratori degli organi costituzionali, scuola ed Fp) raggiungiamo quota 339.551 tessere. Eppure l’agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni certifica intorno alle 187 mila deleghe (187.120) a favore di Angeletti & C. Circa 152 mila in meno.

    Insomma c’è qualcosa che non quadra se rispetto ai numeri di Cgil, Cisl e Uil mancano 670 mila iscritti. Evidentemente l’Aran non conteggia alcune categorie che invece sono ricomprese nei dati ufficiali di Camusso, Bonanni e Angeletti. Ecco la spiegazione della stessa agenzia.  La premessa: «Questi dati- sottolinea un funzionario – sono certificati dal comitato paritetico (ndr riunioni del 20 settembre 2012 e del 29 ottobre 2012) composto anche dai rappresentanti delle confederazioni dei sindacati». In soldoni: sono stati validati anche da Cgil, Cisl e Uil. La ciccia: «Nella nostra  fotografia sullo stato dell’arte (al 31 dicembre del 2011) – continua un dirigente – non sono ricompresi i lavoratori che hanno un contratto a tempo determinato, alcune categorie assimilabili al pubblico impiego, ma con rapporto di lavoro privatizzato, come la sanità privata o i vigili del fuoco e alcuni enti delle Regioni a statuto speciale che hanno un contratto diverso rispetto a quello dell’Aran nazionale. Per esempio? Tutti gli enti locali di Friuli Venezia Giulia, Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige, mentre per la Sardegna e la Sicilia bisogna scorporare solo gli enti regionali, quindi, per capirci, i Comuni sono inclusi». E sostanzialmente la stessa cosa ce la dicono Cisl e Uil. Sintetizza Giovanni Faverin, segretario generale della Funzione pubblica  della Cisl: «Nei dati dell’agenzia non sono ricompresi i dirigenti che non hanno votato (ma non c’entra con le iscrizioni ndr), i precari, una parte dei dipendenti delle regioni a statuto speciale e quella fetta abbastanza consistente dei nostri iscritti che si sono spostati nella sanità privata, nel terzo settore e nelle municipalizzate». Mentre Alfredo Garzi, responsabile per l’organizzazione della funzione pubblica della Cgil precisa: «Noi organizziamo anche i lavoratori della sanità privata, dell’igiene ambientale e delle cooperative private che non sono calcolati dall’Aran. E si tratta di una fetta rilevante delle tessere rispetto al totale della funzione pubblica. Poi ci sono i settori che prima erano pubblici e che in seguito sono stati privatizzati (per esempio i lavoratori ex Ipab) e i pubblici non contrattualizzati (vigili del fuoco, polizia penitenziaria ecc.)». Numeri ufficiali? Insomma, quanti sono gli iscritti tra i vigili del fuoco? E tra i contratti a termine e i dipendenti delle autonomie locali? È possibile che la differenza tra i dati Aran e quelli sindacali stia tutta in queste categorie? È chiedere troppo, le cifre non le dà nessuno. 

    E allora i calcoli proviamo a farli noi. Punto uno: i precari. La Ragioneria dello Stato ci dice che nel 2011 il totale dei lavoratori flessibili (tempo determinato, formazione lavoro, interinali e lavori socialmente utili) della pubblica amministrazione dava 251.106. Se a questi togliamo i 130 mila e passa della scuola, che almeno per gli incarichi annuali sono conteggiati dall’Aran, arriviamo a 120 mila unità. Punto due: secondo le ultime rilevazioni della stessa Ragioneria dello Stato i dipendenti a tempo indeterminato delle Regioni a Statuto Speciale sono 93.928. Punto tre: per l’Aiop (l’associazione italiana ospedalità privata) la sanità privata (che è di gran lunga la categoria, tra quelle assimilabili al pubblico impiego ma con rapporto di lavoro privatizzato, più corposa) impegna complessivamente circa 130.000 unità, pari a un 25% rispetto al personale impegnato nella sanità pubblica. Punto quattro: sommando vigili del fuoco (32 mila), polizia penitenziaria (40 mila) e addetti dell’igiene ambientale (42 mila), a stento si superano le 110 mila unità (dati Ragioneria generale dello Stato e Federambiente). 

    Morale della favola: anche volendo dire che tutti i precari, i lavoratori delle regioni a Statuto speciale e della sanità privata, i vigili, i poliziotti  e gli addetti all’igiene ambientale sono iscritti ai tre principali sindacati italiani i conti non tornano. Ma la cosa è palesemente inverosimile (da fonti non ufficiali tra la stessa sanità, le cooperative e il terzo settore gli iscritti alla Cgil non supererebbero le 50 mila unità, quelli della Cisl quota 20 mila e alla Uil le 15 mila). E anche volendo considerare non completamente omogenei i dati dell’Aran rispetto a quelli dei sindacati ci sono almeno 200 mila tessere che non si riesce a capire bene da chi siano state firmate. Certo, se fosse possibile fare un controllo sugli iscritti dichiarati da Cgil, Cisl e Uil sarebbe tutto più semplice e trasparente. Ma questa è un’altra storia.

     

    E’ IMPORTANTE PERCHE’ I SINDACATI CON QUESTO GESTO FINALMENTE RITORNEREBBERO

     A OPERARE PER LA GENTE, PER LA COLLETTIVITA’, PER TUTTI I LAVORATORI.

     

    Cari amici online, la sindacalista Camusso ha detto che serviranno 2,7 miliardi per coprire la cassa integrazione del paese. Allora perché non lanciamo un appello a questi prodi sindacalisti , diventati nel frattempo casta in questi anni grazie ai contributi pubblici rivevuti.. I soldi si possono trovare se i medesimi lasciando da parte i propri interessi, e se per una volta troveranno il coraggio di devolvere il loro capitale facendo un fondo di solidarietà a favore dei cassa integrati. Sappiamo tutti che i sindacati e i partiti grazie ai numerosi contributi pubblici a fondo perduto hanno accumulato in questi anni un patrimonio miliardario .. fatto di immobili, interessi ecc. Noi siamo stanchi delle loro solite frasi fatte e siamo stanchi che debbano sempre scippare i soldi dalle tasche della povera gente. Noi abbiamo già dato… ora tocca agli intoccabili dare buon esempio.. se sono diventati così economicamente potenti non è certamente per loro merito.. ma è solo grazie ai contributi pubblici…contributi tra l’altro inseriti in bilanci non pubblici e pertanto non trasparenti.. Siamo arrivati ormai al limite .. siamo stanchi di vedere le solite facce.. di oligarchi sindacali che fanno solo i propri interessi…loro stessi sono diventati dei potenti datori di lavoro…. La maggior parte della gente per colpa di questa disgraziata crisi ha avuto il coraggio di rimettersi in gioco…………facendo sacrifici su sacrifici ma questo non basta…… ora tocca a voi leader del sindacato…. voi che siete una parte istituzionale importante.. ma che a tutt’oggi avete dato solo cattivo esempio.. Alzate la testa e abbiate uno scatto di dignità… Se amate il vostro paese che tanto vi ha dato….. donate il vostro capitale e cercate per il futuro di mettervi in regola.. perché a tutt’oggi coperti dalle vostre inique leggi state operando fuori dalla legge…

    Gabriele Cervi

    (Blogger senza scopo di lucro)

     

    L ‘ALTRA CASTA CGIL,CISL,UIL

    di Stefano Livadiotti

    Fatturati miliardari. Bilanci segreti. Uno sterminato patrimonio immobiliare. E organici colossali, con migliaia di dipendenti pagati dallo Stato. I sindacati italiani sono una macchina di potere e di denaro. Temuta perfino dai partiti Non trattiamo con la calcolatrice… Così, nei giorni scorsi, il grande capo della Cgil Guglielmo Epifani ha replicato a brutto muso alle pretese rigoriste di Tommaso Padoa-Schioppa sulla riforma delle pensioni. Il numero uno di corso d’Italia non è l’unico ad essere allergico ai moderni derivati del pallottoliere. Della stessa idiosincrasia fanno mostra i suoi pari grado di Cisl e Uil, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, almeno quando si tratta di affrontare l’annosa questione dei conti dei sindacati, che continuano a promettere bilanci consolidati, tranne poi guardarsi bene dal metterli nero su bianco. Forse perché i numeri racconterebbero come le organizzazioni dei lavoratori, difendendo con le unghie e con i denti una serie di privilegi più o meno antichi, si siano trasformate in autentiche macchine da soldi. Con il benestare di un sistema politico giunto ai minimi della popolarità e spaventato dalla loro capacità di mobilitazione. Che a sua volta dipende proprio, in grandissima parte, da un formidabile potere economico alimentato a spese della collettività: se c’è un problema di costi della politica, allora il discorso vale anche per il sindacato. Se non di più. Quasi dieci anni fa, alla fine del 1998, un ingenuo deputato di Forza Italia, ex magistrato del lavoro, convinse 160 colleghi a firmare tutti insieme appassionatamente un provvedimento che obbligava i sindacati a fare chiarezza sui loro conti. Dev’essere che nessuno gli aveva ricordato come solo pochi anni prima, nel 1990, Cgil, Cisl e Uil fossero state capaci di ottenere dal parlamento una legge che concede loro addirittura la possibilità di licenziare i propri dipendenti senza rischiarne poi il reintegro, con buona pace dello Statuto dei lavoratori. Fatto sta che, puntuale, la controffensiva di Cgil, Cisl e Uil scattò dopo l’approvazione del primo articolo con soli quattro voti di scarto. “E’ antisindacale”, tuonò con involontario umorismo l’ex capo cislino Sergio D’Antoni, oggi vice ministro per lo Sviluppo economico. Lesti i deputati del centro-sinistra azzopparono la legge, mettendosi di traverso alle sanzioni (tra i 50 e i 100 milioni) previste in caso di violazioni. Alla fine la proposta di legge è rimasta tale, così come tutte quelle presentate in seguito, anche in questa legislatura.

    “E’ il sindacato che detta tempi e modalità”, titolava del resto nei giorni scorsi il confindustriale ‘Sole 24 Ore’, all’indomani dell’accordo sullo scalone pensionistico. Il risultato è che i bilanci dei sindacati, quelli veri, non sono mai usciti dai cassetti dei loro segretari. “Il giro d’affari di Cgil, Cisl e Uil ammonta a 3 mila e 500 miliardi di vecchie lire”, sparò nell’ottobre del 2002 il radicale Daniele Capezzone, “e il nostro è un calcolo al ribasso”. Non ci deve essere andato molto lontano, se è vero che oggi Lodovico Sgritta, amministratore della Cgil, si limita a non confermare che il fatturato consolidato di corso d’Italia abbia raggiunto il tetto del miliardo di euro. E ancora: se è vero che quello del sistema Uil, non paragonabile per dimensioni, metteva insieme 116 milioni già nel 2004, esclusi Caf, patronati e quant’altro. Fare i conti in tasca alle organizzazioni sindacali, che hanno ormai raggiunto un organico-monstre dell’ordine dei 20 mila dipendenti, è difficile, anche perchè le loro fonti di guadagno sono le più disparate. Ma ecco quali sono i principali meccanismi di finanziamento. E le cifre in ballo. Il sostituto d’incasso La maggiore risorsa economica di Cgil, Cisl e Uil (“I tre porcellini”, come ama chiamarli in privato il vice premier Massimo D’Alema) sono le quote pagate ogni anno dagli iscritti: in media l’1 per cento della paga-base; di meno per i pensionati, che danno un contributo intorno ai 30-40 euro all’anno. Un esperto della materia come Giuliano Cazzola, già sindacalista di lungo corso della Cgil ed ex presidente dei sindaci dell’Inps, parla di almeno un miliardo l’anno. Secondo quanto risulta a ‘L’espresso’, il solo sistema Cgil ha incassato nel 2006 qualcosa come 331 milioni. Una bella cifra, per la quale il sindacato non deve fare neanche la fatica dell’esattore: se ne incaricano altri; gratuitamente s’intende. Nel caso dei lavoratori in attività, a versargli i soldi ci pensano infatti le aziende, che li trattengono dalle buste paga dei dipendenti. Per i pensionati provvedono invece gli enti di previdenza: solo l’Inps nel 2006 ha girato 110 milioni alla Cgil, 70 alla Cisl e 18 alla Uil. Nel 1995 Marco Pannella tentò di rompere le uova nel paniere al sindacato, promuovendo un referendum che aboliva la trattenuta automatica dalla busta paga (introdotta nel 1970 con lo Statuto dei lavoratori). Gli italiani votarono a favore. Ma il meccanismo è tuttora vivo e vegeto: salvato, in base a un accordo tra le parti, nei contratti collettivi. Le aziende, che pure subiscono dei costi, non sono volute arrivare allo scontro. E lo stesso ha fatto il governo di Romano Prodi quando, più di recente, Forza Italia ha presentato un emendamento al decreto Bersani che avrebbe messo in crisi le casse sindacali. In pratica, la delega con cui il pensionato autorizza l’ente previdenziale a effettuare la trattenuta sulla pensione, che oggi è di fatto a vita, avrebbe avuto bisogno di un periodico rinnovo. Apriti cielo: capi e capetti di Cgil, Cisl e Uil hanno fatto la faccia feroce. Il governo, a scanso di guai, ha dato prere contrario. E l’emendamento è colato a picco.

    Lo strapotere dei Caf

    I Centri di assistenza fiscale rappresentano per i sindacati un formidabile business. Per le dichiarazioni dei redditi dei pensionati vengono pagati dagli enti previdenziali. Solo l’Inps per il 2006 verserà ai 74 caf convenzionati 120 milioni. A fare la parte del leone saranno le strutture di Cgil, Cisl e Uil, che insieme totalizzeranno circa 90 milioni. Non basta. Per i lavoratori in attività i Caf incasseranno dal Fisco 15,7 euro per ognuna delle 12.261.701 dichiarazioni inviate agli uffici nel 2006. Il ministero sborserà dunque 186 milioni e spicci. Anche in questo caso, secondo i conti che ‘L’espresso’ ha potuto esaminare, la fetta più grande della torta andrà a Cgil (38 milioni, 195 e 177 euro), Cisl (30 milioni, 763 mila e 485) e Uil (12 milioni, 78 mila e 793 euro). Un piatto ricco, considerando che i Caf ricevono inoltre, come contribuzione volontaria, una media di 25 euro dalle tasche dei contribuenti aiutati nella compilazione del 730 (per un totale di 175 milioni, secondo Cazzola) e mettono insieme un’altra cinquantina di milioni per il calcolo di Ise e Isee (i redditometri per le famiglie che chiedono prestazioni sociali). Considerando le cifre in ballo, i sindacati hanno fatto fuoco e fiamme pur di tenersi ben stretto il giocattolo. Nel 2005, sotto l’incalzare della Corte di Giustizia europea, convinta che il monopolio dei Caf rappresentasse una violazione ai trattati comunitari, il governo di Silvio Berlusconi aveva aperto la porta a commercialisti, ragionieri e consulenti del lavoro. Una manovra talmente timida che la Commissione europea ha inviato all’Italia una seconda lettera di messa in mora. Sull’argomento gli uomini di Bruxelles hanno preteso e ottenuto, ancora nel gennaio scorso, un vertice a palazzo Chigi. Concluso, naturalmente, con un niente di fatto. Intoccabili patronati Se il monopolio dei Caf è sotto assedio, resiste saldo quello dei patronati, le strutture (quelle convenzionate con l’Inps sono 25) che assistono i cittadini nelle pratiche previdenziali (ma anche, per esempio, per la cassa integrazione e i sussidi di disoccupazione): una rete capillare, dall’Africa al Nordamerica passando per l’Australia, che alcuni sospettano abbia un ruolo non indifferente anche nell’indirizzare il voto degli italiani all’estero.

    Nel 2000 i radicali hanno lanciato l’ennesimo referendum abrogativo, ma si sono visti chiudere la porta in faccia dalla Consulta. Più di recente Forza Italia ha cercato, con un emendamento al decreto Bersani, di liberalizzare il settore. Se l’armata berlusconiana non fosse stata respinta con perdite, per il sindacato sarebbe stato un colpo mortale.

    I patronati, infatti, sono fondamentali per il reclutamento di nuovi iscritti tra i pensionati, che quando vanno a ritirare i moduli si vedono sottoporre la delega per le trattenute: “Con i patronati e gli altri servizi nel 2005 la Cgil ha raggranellato 450 mila nuove iscrizioni”, sostiene Cazzola. Non bastasse, i patronati assicurano un gettito che non è proprio da buttare via: in pratica si dividono (in base al lavoro svolto) lo 0,226 del totale dei contributi sociali riscossi dagli enti previdenziali. A lungo questa cifra è stata calcolata solo sui contributi dei pensionati privati, per l’ottimo motivo che a quelli pubblici le scartoffie per l’assegno le ha sempre curate l’amministrazione (e proprio per questo motivo pochi di loro sono iscritti al sindacato). Poi, però, nel 2000, per gentile concessione del parlamento (con un voto a larghissima maggioranza) nel monte-contributi sono stati fatti confluire anche quelli dei lavoratori statali. E la cifra ha iniziato a lievitare: 314 milioni nel 2004, 341 nel 2005, 349 nel 2006. Solo l’Inps nel 2006 ha speso per i patronati (che ora, per arrotondare, si occupano anche del rinnovo dei permessi per gli immigrati) 248 milioni, 914 mila e 211 euro. Alla fine, secondo quanto risulta a ‘L’espresso’, l’Inca-Cgil ha incassato 82 milioni e 250 mila euro, l’Inas-Cisl 66 milioni e 150 mila euro e l’Ital-Uil 26 milioni e 600 mila euro. Il caso: La Casta rivuole i suoi soldi Con un tempismo perfetto e al grido di ‘Ridateci gli stipendi tagliati ingiustamente’ un gruppo di consiglieri pugliesi ha chiesto la restituzione delle somme decurtate nella scorsa legislatura: una cifra che si aggira intorno ai cinque milioni di euro , spiega come non arrendersi al sondino di Stato

    Forza lavoro gratuita

    E’ quella distaccata presso il sindacato dalla pubblica amministrazione, che continua graziosamente a pagarle lo stipendio. Compresi, e vai a capire perché, i premi di produttività e i buoni pasto.

    Oggi i dipendenti statali dati in omaggio al sindacato sono 3.077 e costano al contribuente (Irap e oneri sociali compresi) 116 milioni di euro. Ai quali vanno sommati 9,2 milioni per 420 mila ore di permessi retribuiti. Di regalo in regalo, per i dipendenti che utilizza in aspettativa, ai quali deve invece pagare lo stipendio, il sindacato usufruisce comunque di uno sconto: non paga i contributi sociali, che sono considerati figurativi e quindi a carico dell’intera collettività. Un privilegio che hanno perduto perfino le assemblee elettive (a partire dal parlamento). Ma i sindacati no. Business formazione Dall’Europa piove ogni anno sull’Italia circa un miliardo e mezzo di euro per il finanziamento della formazione professionale. In più ci sono i circa 700 milioni dell’ex fondo di rotazione, alimentato dallo 0,30 per cento del monte-contributi che le aziende versano agli enti previdenziali. Un tempo, non meno del 40-50 per cento di queste somme passava attraverso enti di emanazione sindacale, che non incassavano direttamente un euro ma gestivano comunque le assunzioni e la distribuzione degli incarichi. Oggi la concorrenza s’è fatta più dura. Ma i sindacati non mollano l’osso. Dieci dei 14 enti che si distribuiscono ogni anno circa la metà dei finanziamenti nazionali sono partecipati da Cgil, Cisl e Uil. Casa mia, casa mia L’assenza di bilanci consolidati non consente di far luce sull’immenso patrimonio immobiliare accumulato negli anni dai tre sindacati confederali, cui lo Stato a un certo punto ha pure regalato i beni delle corporazioni dell’epoca fascista. Fino a pochi anni fa i sindacati non potevano possedere direttamente gli immobili: li intestavano a società controllate. La legge che ha consentito loro il controllo diretto ha garantito anche un passaggio di proprietà al riparo dalle pretese del fisco. Oggi la Cgil dichiara di avere, sparse per tutto il Paese, qualcosa come 3 mila sedi, tutte di proprietà delle strutture territoriali o di categoria. “Non so stimare il valore di mercato di un patrimonio che non conosco ma”, afferma l’amministratore della Cgil, “deve trattarsi di una cifra davvero impressionante”. La Cisl dichiara addirittura 5 mila sedi, tra confederazione, federazioni nazionali e diramazioni territoriali (pensionati compresi), quasi tutte di proprietà. La Uil è l’unica che ha concentrato il grosso degli investimenti sul mattone in una società per azioni controllata al 100 per cento. Si chiama Labour Uil e ha in bilancio immobili per 35 milioni e 75 mila euro (a valore storico; quello di mercato è tre volte superiore), ma non, per esempio, la sede romana di via Lucullo, che lo stesso tesoriere nazionale Rocco Carannante stima tra i 70 e gli 80 milioni di euro. Il fatto certo, alla fine, è che Cgil, Cisl e Uil sono ricchi. Quanto, però, nessuno lo sa davvero. “Ci sono situazioni che talvolta non sono pienamente trasparenti”, ha scolpito Epifani lo scorso 27 febbraio. E però si riferiva allo scandalo del calcio.

     

    Puoi firmare la mia petizione cliccando qui.

    Grazie! 
    GABRIELE CERVI

     

     

    BUSINESS DICHIARAZIONI DEI REDDITI

    Monti fa ricchi i sindacati a spese

     degli italianion facebook

    Monti fa ricchi i sindacati 
a spese degli italiani
     
     

    di Antonio Castro

    Una montagna di carta che solo a trasferirla dagli 83 Centri di assistenza fiscale riconosciuti all’Inps si trasforma magicamente in quattrini ballanti e sonanti. Per la precisione ben 161 milioni di euro che l’Istituto di previdenza pubblico riconosce (dati 2012) ai Caf per la compilazione di milioni di pratiche. Il meccanismo è semplice. Il cittadino deve compilare una dichiarazione o certificare un certo reddito (per accedere a sconti e prestazioni sociali). Per farlo ha diverse strade: o rivolgersi all’Inps, o andare in comune (o circoscrizione), oppure bussare in uno dei tanti Caf. Un business milionario – negli ultimi anni lievitato considerevolmente in barba alla crisi –  che gira intorno alla possibilità di ottenere rimborsi fiscali (per dipendenti e pensionati), detrazioni d’imposta o anche sconti ed esenzioni da servizi pubblici. Tra dichiarazioni dei redditi, richieste di esonero dal pagamento della mensa dell’asilo o contributi sociali di varia natura,  gli italiani compilano milioni di domande e moduli. Tutte autocertificazioni che i Caf (onesti) aiutano a compilare per orientarsi in un dedalo normativo che cambia più spesso della biancheria intima. Da anni tutti i sindacati (ma anche alcune confederazioni del lavoro autonomo) hanno intercettato questo filone redditizio e aperto sportelli di consulenza fiscale, tributaria e normativa. In sostanza offrono – in orari possibili e con file meno mostruose – gli stessi servizi dell’Inps o dei Comuni. E per questo servizio lo Stato, o meglio l’Inps, paga un gettone (dai 10 ai 16 euro a pratica) come contributo. In teoria si potrebbe fare tutto ricorrendo ai dipendenti comunali o a quelli dell’Inps, in pratica per convenienza gli italiani prendono appuntamento in un Caf e sbrigano le pratiche necessarie. E fin qui si rientra nella privatizzazione di un servizio pubblico, discutibile, ma tutto sommato efficiente. 

    Poi ci sono i Caf disonesti, o meglio le società a responsabilità limitata (20mila euro appena di capitale sociale), che capito il meccanismo – “tot pratiche presentate, tot rimborso dall’Inps” – hanno iniziato a inviare richieste di pagamento all’Inps per lo stesso nucleo familiare, per la stessa persona, per diversi anni fiscali, per differenti moduli di richiesta. Ogni dichiarazione prevede un pagamento, e per non sbagliare alcuni hanno presentato due domande, nello stesso giorno, a due Centri diversi, in regioni diverse e magari indicando residenze differenti. 

    Dal 2008 al 2010 questo meccanismo perverso si è moltiplicato assumendo un volume impressionante. Tanto che alla fine, nel giugno dello scorso anno, se ne sono accorti anche all’Inps. Gli ingordi del rimborso hanno infatti trasmesso in pagamento all’Istituto anche domande di sussidi assistenziali e sociali per quasi trentamila italiani, che incidentalmente risultano passati da tempo a miglior vita. 

    Tra 15 milioni di pratiche che i Caf svolgono (per un compenso complessivo di oltre 161 milioni), ne sono saltate fuori migliaia taroccate. Fatalità, gran parte delle dichiarazioni presentate provengono da Sicilia, Puglia, Campania e Calabria. L’Inps ha segnalato alla procura della Repubblica l’anomalia di 60mila pratiche “fotocopia” nel 2012. Per tutta risposta il governo Monti ha  rinnovato la convenzione con i Caf facendo lievitare da 110 milioni a 161 milioni il budget per assolvere le pratiche. Un bel miracolo considerando che nel 2008 si spendevano appena 85,9 milioni. Lo scorso giugno, prima del rinnovo milionario, il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua ha anche scritto a Monti e al ministro del Welfare Elsa Fornero (ministero vigilante) per segnalare questa e altre anomali e suggerire di coinvolgere maggiormente (e con minor spese) i Comuni. Monti non ha risposto ancora, Fornero neppure. Con le elezioni di mezzo forse non era il caso di disturbare i sindacati. E i Caf.

     

     

    Finanziamento pubblico dei partiti, una questione di democrazia.

     

    In poco tempo siamo passati dal Sen. Lusi, ex tesoriere della Margherita, indagato per appropriazione indebita dei rimborsi elettorali al Sen. Bossi che, assieme al tesoriere Belsito ha trasformato i rimborsi elettorali ricevuti dalla Lega Nord nella cassa privata della sua famiglia. La melodia suonata da Bossi e Lusi è la stessa: rubare in “casa propria”, al proprio partito, ma soprattutto rubare soldi pubblici dei cittadini destinati allo svolgimento democratico della vita di una forza politica e del sistema politico tutto.

    A fronte di ciò l’indignazione generale è anche ben poco.

     

    Tutti ci chiediamo: come è possibile che Lusi, reo confesso, abbia sottratto 13 milioni di euro e nessuno se ne sia accorto, ma quanti soldi ha ricevuto dallo Stato la Margherita? E la Lega? Ma è mai possibile che dal bilancio siano potuti uscire liberamente migliaia di euro lungo “le linee guida” di una cartellina intitolata “The family”? Come sono gestiti e rendicontati questi rimborsi? A quanto ammontano, come vengono calcolati e attraverso quali atti erogati? E quali garanzie e forme di bilancio vengono richieste ai partiti in virtù del finanziamento?

    Certo, c’è da riformare con un modello organico ed integrato nei suoi vari settori, l’intero sistema di funzionamento del circuito democratico, il sistema elettorale inteso come l’insieme delle norme che descrivono la formula elettorale, la disciplina delle campagne elettorali, la par condicio, il diritto di voto, la presentazione delle liste elettorali, le norme sull’incandidabilità ed incompatibilità, le procedure di voto, i rimborsi elettorali ed altro ancora. Troppo per essere affrontato in un solo scritto, in una sola volta, ma forse anche troppo poco per ambire al miglioramento dell’incancrenito sistema politico italiano.

    Le ultime indagini ci urlano contro che è giunta davvero l’ora di discutere di una legge per la regolamentazione dei partiti politici, di disciplinarne con legge la vita interna, ponendo fine alla loro attività come associazioni private. E come non ricordare che, originariamente, questo fu il progetto di numerosi parlamentari, già padri costituenti, protagonisti delle prime legislature repubblicane, i quali volevano far corrispondere ad un sistema di finanziamento statale della politica alcuni obblighi da rispettare per i beneficiari dei contributi, a garanzia della democrazia negli stessi partiti; l’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione, per farla breve. Ma questo tentativo, come sappiamo, fallì, e le resistenze, trasversali nell’arco parlamentare, impedirono l’intervento normativo in tal senso.

    Da qui addentriamoci con pochi passi nella giungla, ricordandoci, che ad una legge per la contribuzione dello Stato in favore dei partiti si arrivò, nel 1974, ma tale approvazione, si verifico proprio quando venne meno l’intento di legare al sistema di finanziamento la regolamentazione degli stessi. Ed i problemi di oggi, sembrano fondarsi proprio sulle scelte di ieri, nel momento in cui si costruì un sistema di finanziamento della politica senza alcuna regolamentazione dei suoi protagonisti. Quando per mezzo di uno degli iter parlamentari più veloci e condivisi della “prima Repubblica” non si chiese nulla ai partiti in cambio di lauti e molteplici trasferimenti di denaro in loro favore. L’origine storica di alcune delle “falle normative”, sulle quali “poggiano” casi come quelli del Sen. Lusi e del Sen. Bossi sono da rintracciare proprio in questo momento storico, nelle basi poste, e non modificate dagli sviluppi normativi successivi, da questa disciplina del ‘74. Dove a (non) contrappeso di un sistema di finanziamento a doppio binario (fino al ’93), provvigione annuale e rimborsi elettorali, questa legge introdusse un sistema di pubblicità, controlli, limiti e divieti che si strutturava in sostanza sul seguente principio: l’unico controllo lecito sui partiti politici è un controllo di tipo politico ed in ultima istanza spettante agli elettori. Più semplicemente: il bilancio, di cui era (ed è) fatto obbligo di presentazione presso la Camera dei Deputati ai partiti riceventi il finanziamento, era (ed è) oggetto di controlli e decisioni di “tipo interno”, controlli politici, effettuati dagli organi del Parlamento (con spesso palesi conflitti d’interesse ed innegabili pressioni).

    Questa riflessione non vuole però sfociare in una delegittimazione del sistema di finanziamento pubblico dei partiti e movimenti, anzi, chi scrive lo ritiene al contrario indispensabile alla realizzazione di una vita politica democratica nel/del Paese. Ed attuali, salde e forti appaiono ancora alcune delle basi teoriche su cui si fonda la necessita e legittimità di un finanziamento pubblico dei partiti politici:

    1) il dettato costituzionale, innanzitutto l’art. 49, dove i partiti si configurano come strumenti per l’esercizio della sovranità popolare, svolgono funzioni essenzialmente pubbliche; troviamo poi un insieme di disposizioni che configurano il pluralismo politico un interesse generale e costituzionalmente protetto. Ne consegue che lo Stato debba garantire a questi i mezzi sufficienti per la realizzazione delle funzioni attribuitegli e del libero concorso alla determinazione della politica nazionale;

    2) la possibilità di accrescere attraverso il finanziamento pubblico la parità dellechances. L’intervento economico, regolatore, dello Stato può ridurre nel sistema politico il vantaggio di gruppi o singoli che controllano ingenti risorse finanziarie;

    3) favorire l’indipendenza economica dei partiti da gruppi d’interesse ed eventuali “re di denari” presenti al loro interno;

    4) garantire la trasparenza contabile nella gestione economica dei partiti prevedendo l’obbligo in capo ai beneficiari dei fondi pubblici di dichiarare le fonti di reddito e/o rispettare vincoli di bilancio; rendere noti agli elettori i finanziatori dei partiti e gli interessi che questi rappresentano

    5) moralizzare la vita politica individuando come illeciti finanziamenti: occulti, derivanti da corruzione, da distrazione di denaro pubblico ed altri fatti o atti classificati come illeciti;

    6) il finanziamento pubblico (se) di tipo indiretto favorisce la riduzione dei costi della politica alleggerendo le spese che ciascun partito deve sostenere per arginare le escalation che caratterizzano le moderne campagne elettorali.

    Diverse sono le ragioni che ci ricordano l’importanza di una forma di finanziamento pubblico della politica, è una vera e propria questione di democrazia, ma altrettanto diverse e molteplici, democratiche e non, possono essere le metodologie di calcolo, divisione ed erogazione dei contributi ai soggetti politici. La normativa, anche per il contributo referendario, nel tempo è cambiata, e possiamo dire che la stessa, nella sua evoluzione, ha costituto un termometro del rapporto tra cittadini e classe politica. Un rapporto caldo negli anni ’70 che, via, via, è divenuto sempre più freddo, passando per tangentopoli, lungo l’antipolitica, fino ai casi del Sen. Lusi e del Sen. Bossi.

    Se i numerosi fatti illeciti attorno al finanziamento dei partiti qualcosa ci dimostrano, non si tratta della necessità della cancellazione di questa forma di contribuzione alla vita democratica delle forze politiche. Al contrario evidenziano l’esigenza di un miglioramento della normativa. Ci dimostrano che i temi oggi cruciali, decisivi, che possono fare la differenza, vanno individuati: nel controllo delle fonti di finanziamento, nel controllo dei bilanci dei partiti politici e nella previsione normativa di vincoli alle forme di spesa ed impiego del denaro pubblico ricevuto.

    Su questi punti si posero innegabili dilemmi fin dai primi confronti ed in particolare, rispetto all’opportunità dei controlli e loro modalità di realizzazione, si scontrarono due posizioni:

    la prima, sulla base dell’articolo 100 della Costituzione, sostenne la partecipazione della Corte dei Conti al controllo dei bilanci e delle attività finanziarie di tutti i partiti che ricevano fondi dallo Stato;

    la seconda, peculiare ad una contingenza storica ed al ricordo dell’ingerenza autoritaria nella vita dei partiti, sostenne l’impossibilità di ogni forma di controllo ed esame dei bilanci al fine di salvaguardare la loro l’attività politica ed autonomia. In sostanza si argomentava che per un partito anche il bilancio costituisse un documento politico, quindi l’introduzione di controlli avrebbe significato intromissione nell’intera attività politica.

    Ritenendo superati i timori che portarono ad ostacolare forme di controllo, a fronte delle purtroppo innumerevoli ed illegali derive nell’uso dei finanziamenti pubblici, uno sviluppo della normativa nel senso di un ruolo sostanziale di controllo da parte della Corte dei Conti appare oggi del tutto auspicabile. Questa è la prima ed indispensabile riforma di cui ha bisogno la disciplina del finanziamento pubblico dei partiti, non l’abrogazione, né la trasformazione in una regolamentazione esclusiva di forme di finanziamento privato ai partiti. Quella sul sistema dei controlli è quindi “la Riforma”, indispensabile, ma non l’unica necessaria, con l’occasione si potrebbe fare molto di più, cogliendo l’opportunità data dai seppur negativi casi del Sen. Lusi e del Sen. Bossi per provare a rilanciare, a risanare, il rapporto tra cittadini e partiti politici.

    Ulteriori innovazioni potrebbero riguardare:

    1) il sistema di calcolo dei rimborsi escludendo che il conteggio delle somme di denaro da erogare sia effettuato sugli aventi diritto al voto e non sui votanti effettivi;

    2) la riduzione delle somme erogabili ampliando contestualmente le c.d. forme di finanziamento indiretto della politica, fornendo ai partiti beni (servizi, incentivi, sgravi fiscali permanenti o temporanei per il periodo elettorale) anziché denaro;

    3) l’introduzione di vincoli per l’uso del denaro ricevuto dai partiti politici: 3a) vietando (come invece oggi permesso) che i finanziamenti statali possano costituire oggetto di operazioni di cartolarizzazione o essere ceduti a terzi; 3b) vincolando con obblighi di bilancio la destinazione di percentuali delle somme ricevute ad attività politiche volte alla partecipazione politica dei giovani, delle donne (disposizione analoga in favore delle donne fu vigente tra il ’97-’99 nella L. n. 2/97) e in favore delle diramazioni territoriali del partito, il tutto in tutela della democrazia (sostanziale) interna ai soggetti politici.

    Queste alcune prospettive percorribili per provare a migliorare un quadro normativo confuso che si compone dalla stratificazione di pezzi di numerose normative susseguitesi dal ’74 ad oggi; nel rapportarsi a questa materia potrà essere decisivo solamente un approccio organico che coordini tra loro i vari settori della disciplina. E nel farlo, in realtà qualunque sia la direzione di una ipotetica e futura riforma, sarebbe anche auspicabile un trasparente ed ampio confronto fra le forze politiche per mezzo di un iter parlamentare che garantisca un dibattito ampio e partecipato. Il contrario di quanto si è tentato, l’inserimento di una norma all’interno del decreto semplificazione fiscale (dichiarata inammissibile), e di quanto si sta ora tentando, cioè una leggina, buona per metter una toppa, approvata con la sede legislativa in Commissione Affari Costituzionali. Diversamente servirebbe un ruolo forte del Parlamento, ma quale Parlamento, questo? Un’aula delegittimata, ormai al di là (nel bene e/o nel male) di ogni mandato elettorale. Un’aula in cui siedono forze politiche che, con buona probabilità, incapaci di decidere, preferiranno (purtroppo, anche in questa materia come per altri problemi del Paese) delegare “il lavaggio dei panni sporchi” al Governo dei tecnici, per ripresentarsi puliti e contenti agli elettori nel 2013.

    (Alessio Stazi)

 BLOG UFFICIALE  di Beppe Grillo
DOMANI 1 MAGGIO E’ LA FESTA DEI SINDACATI CHE HANNO FATTO E CHE FANNO BUSINESS SULLA PELLE DI NOI POVERI LAVORATORIultima modifica: 2013-04-30T14:06:00+00:00da mobbing21
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